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Stringere i denti e cercare nuove strade

Giovanni Da Pozzo, il presidente dell’ente camerale di Pordenone e Udine traguarda i prossimi mesi

Stringere i denti e cercare nuove strade

Azzerare la burocrazia, investire sulle filiere con maggiore probabilità di ripresa e coltivare relazioni internazionali per sostenere l’export. Ecco cosa possono fare le istituzioni pubbliche, secondo Giovanni Da Pozzo, a partire dalla Camera di Commercio di Pordenone e Udine che presiede. E ogni singolo imprenditore deve stringere i denti ed esplorare qualsiasi nuova strada, comprese quelle che fino a ieri neppure considerava.
Iniziamo dalla domanda più difficile: come andrà a finire? “Possiamo dividerci tra il clan degli ottimisti e il clan dei pessimisti. Io, invece, mi iscrivo a quello dei realisti. Fin quando non sapremo, infatti, se la situazione sanitaria sarà risolta, il quadro dello sviluppo economico e delle relazioni internazionali rimarrà sempre incerto. Di sicuro, comunque, è che gli strascichi di quello che abbiamo affrontato fino a oggi saranno evidenti dopo l’estate, quando ci ritroveremo a fare in conti con un’economia locale in estrema difficoltà. Infatti, il 75% del prodotto interno lordo è generato dall’acquisto di beni e servizi e la capacità di spesa degli italiani è estremamente ridotta sia per coloro che si trovano in cassa integrazione o, peggio, hanno perso o perderanno il lavoro, sia per quelli che pur avendo disponibilità sono bloccati negli acquisti per paura e scarsa fiducia. L’altro 25% del Pil deriva invece dalle esportazioni, che rimangono minacciate dalle evoluzioni internazionali. Se tutto ciò non bastasse, sull’Italia pesa il macigno finanziario del debito pubblico. Ecco quindi, che anche per un ottimista lo scenario che abbiamo difronte è, quanto meno, complicato”.
Che ‘lezione’ ha tratto da quanto successo finora? “La cosa che emerge in maniera prevalente è che questa crisi mondiale è molto più complessa di quella del 2008, perché coinvolge sia la domanda sia l’offerta. E se non ci saranno relazioni geopolitiche consapevoli di questa situazione, allora la capacità di reazione sarà insufficiente. Penso al confronto muscolare tra Paesi, a forme di protezionismo alla scarsa solidarietà registrata durante il picco della pandemia all’interno della stessa Europa, quando invece dovrebbe riconquistare tutta unita il suo ruolo di pilastro dell’economia mondiale al pari di Usa e Cina. Ecco, quindi, che se prevarrà il principio che ognuno pensa solo a sé stesso, la fase storica che ci attende non sarà positiva. E anzi, a causa della debolezza del suo sistema politico, per l’Italia andrà pure peggio”.
Come giudica la reazione dell’Europa alla pandemia? “Abbiamo visto partner europei negare agli altri forniture mediche essenziale per contrastare la diffusione del Covid-19. E ora assistiamo a contrasti nell’adozione degli strumenti finanziari necessari alla ripresa. Questi due aspetti dimostrano, se ce ne fosse stato bisogno, che l’Europa non ha mai raggiunto l’obiettivo più importante: quello dell’unità politica, ancorché economica e monetaria”.
Lei non è più un europeista allora? “Continuo a esserlo, ma sono scettico non tanto nelle istituzioni europee, bensì su coloro che le guidano. Spero che il semestre appena iniziato e gestito dall’unico politico di alta levatura che oggi abbiamo in Europa, cioè Angela Merkel, possa riportare unità di intenti riavvicinando anche gli Stati più riottosi. Solo così si potrà mantenere un’Unione Europa basata sulla crescita e sulla condivisione, pur con tutte le differenze tra nord e sud e tra est e ovest”.
Torniamo in Friuli, cosa possono fare rispettivamente il singolo imprenditore, le associazioni di categorie e i politici? “L’imprenditore deve stringere i denti ed esplorare qualsiasi strada, che prima non aveva neppure considerato, alla ricerca di nuovi terreni fertili. Deve continuare a credere in sé stesso ma guardando il mondo che lo circonda con lenti diverse. Associazioni di categorie e politici, invece, devono lavorare assieme per creare i presupposti affinché quell’imprenditore possa fare il proprio lavoro e riuscire così a competere in una fase molto difficile”.
E la Camera di Commercio che lei presiede cosa intende fare? “In quanto ente economico pubblico per eccellenza, assieme all’intero sistema camerale, deve percorrere le nuove frontiere per aiutare il sistema economico locale. A partire dal portare al minimo la burocrazia, a prestare massima attenzione e a indirizzare gli investimenti per le filiere che hanno maggiore possibilità di cogliere la ripresa, a lavorare nell’ambito delle relazioni internazionali per assicurare uno sbocco esportativo al sistema manifatturiero”.
Come si sta comportando Roma? “Credo che il governo nazionale negli ultimi mesi abbia fatto quello che poteva. Bene i provvedimenti per la cassa integrazione Covid, meno bene l’erogazione di garanzie per prestiti alle aziende in difficoltà. Il giudizio più importante, però, sarà quello sulla Fase 3 e in particolare sulle scelte che farà nell’utilizzo dei massicci fondi messi a disposizione dall’Unione Europea. Mi auguro siano indirizzati a percorsi di rinascita e non dispersi in una miriade di rivoli”.
E Trieste, invece? “Nei suoi spazi di manovra, l’amministrazione regionale ha messo a disposizione delle imprese strumenti molto utili. Ho apprezzato la capacità del presidente Massimiliano Fedriga di prendere decisioni, adottando protocolli per le riaperture basati sul buon senso, senza dare carta bianca a commissioni di esperti… o addirittura pseudo-esperti”.
Esiste un piano B in caso di nuova pandemia? “Credo che nessuno Paese al mondo ne abbia uno. Certamente, se mai dovesse tornare una nuova ondata, dobbiamo essere tutti coscienti che il lockdown subito questa primavera ha pesato economicamente soltanto su una parte della società, una parte che l’ha pagato a caro prezzo. Un’altra parte, invece, si è vista limitata negli spostamenti e nell’attività lavorativa, ma senza alcuna riduzione del proprio reddito. Vorrei sperare, quindi, che in caso di nuovi provvedimenti di contrasto al virus, l’onere venga distribuito in maniera più equa tra tutti i cittadini”.
La fusione tra Camere di commercio di Pordenone e Udine è… temporaneamente definitiva? “Dopo 18 mesi dalla fusione il clima è ottimo e nessuna componente ha prevaricato l’altra e la struttura organizzativa è perfettamente integrata. Posso, inoltre, annunciare che la Premiazione dell’economia e dello sviluppo del territorio di quest’anno, in programma a novembre, si terrà proprio a Pordenone”.
Questa esperienza le ha consentito di conoscere meglio il Friuli occidentale? “Quello di Pordenone è un vero e proprio sistema creatosi e cresciuto attorno al manifatturiero, che sa sfruttare le proprie specificità, come l’Interporto, la Fiera e il Polo tecnologico. È un sistema in grado di essere unito senza divisioni interne”.
Sveli il trucco, sperando possa essere utile a qualcuno, di come si riesce a ‘unire’ le due sponde del Tagliamento? “Tutto si basa sulla capacità di relazionarsi e di comprendere le differenze, anche quelle più latenti e meno dichiarate. Solo così si può riuscire a fare poi sintesi”.
La Fiera di Udine che futuro può avere? “Tutto il mondo fieristico era già in difficoltà prima del Covid-19. Ora il quadro è peggiorato. Per una regione piccola come la nostra un ambito fieristico è più che sufficiente. Devo riconoscere alla Fiera di Pordenone, di cui la Camera di Commercio è socia, di aver saputo sviluppare un percorso di crescita interessante te e collegato all’economia del territorio. A Udine, attualmente, l’amministratore unico Lucio Gomiero sta lavorando su diverse ipotesi. Personalmente penso che come per qualsiasi impresa, anche per un ente economico come una fiera ci possa essere una nascita, una crescita e un epilogo, compresa una possibile riconversione”.
Visto dalla prospettiva dei Confidi, dopo i vari risiko bancari - dall’incorporazione della Cassa di Risparmio in Intesa Sanpaolo, al crac delle popolari venete al riassetto delle Bcc - l’offerta di credito oggi in regione è migliorata o peggiorata? “Indubbiamente è diversa, meno legata al territorio e più ai vari parametri introdotti dagli accordi bancari Basilea, che hanno penalizzato le piccole e le piccolissime imprese. Inoltre, l’uscita di scena di Popolare di Vicenza e di Veneto Banca non è stata sostituita da sistemi bancari strutturati alternativi. Oggi, quindi, l’offerta di credito in Friuli è quanto meno più complessa”.

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