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Studi di settore, chiusura col passato

L’Agenzia delle Entrate può ancora accertare fino all’annualità 2018. Ma sempre nel rispetto della grave incongruenza

Studi di settore, chiusura col passato

Studi di commercialisti e Caf sono alle prese con la diabolica compilazione e l’invio dei nuovi Isa (Indici Sintetici di Affidabilità), la giurisprudenza di legittimità si è ancora una volta pronunciata sulla legittimità dell’accertamento fiscale basato sugli studi di settore. Se è vero che gli Isa hanno mandato in pensione gli studi di settore, è però vero che l’Agenzia delle Entrate può ancora notificare avvisi di accertamento fondati su tale ultimo strumento fino alle annualità d’imposta per cui lo stesso è rimasto in vigore, e quindi fino all’annualità 2018.
La Corte di Cassazione, a tale proposito, ha di recente emesso pronunce favorevoli al contribuente. Nello specifico, ha ribadito un principio già esposto, secondo cui l’amministrazione finanziaria non è legittimata a procedere all’accertamento analitico-induttivo allorché si verifichi un mero scostamento non significativo tra i ricavi, i compensi e i corrispettivi dichiarati e quelli fondatamente desumibili dagli studi di settore, ma solo quando venga ravvisata una grave incongruenza, trovando riscontro la persistenza di tale presupposto, nel quadro di una lettura costituzionalmente orientata al rispetto del principio della capacità contributiva. Questo è stato statuito dalla Corte di Cassazione, da ultimo, nell’ordinanza n. 23357 del 19 settembre 2019.
La fattispecie riguarda l’impugnazione di un avviso di accertamento fondato su studi di settore, sul presupposto dell’inesistenza di un grave scostamento tra i ricavi dichiarati e i ricavi accertati. A seguito di un primo grado favorevole e un secondo grado sfavorevole, il contribuente proponeva ricorso per cassazione.
Ebbene, la Suprema Corte, in accoglimento dell’unica doglianza della parte ricorrente, ha affermato tout court che il giudice di appello ha omesso di valutare la sussistenza del grave scostamento tra i ricavi dichiarati e i ricavi accertati, che è pari solo al 5,68 per cento.
Quanto alla nozione di ‘grave scostamento’, con sentenza n. 8855/2019, i giudici di legittimità hanno affermato che lo scostamento può ritenersi grave se superiore al 10% del valore complessivo delle voci interessate. Tali pronunce sono evidentemente molto interessanti, in quanto restringono notevolmente la platea dei contribuenti accertabili.
garofalo.karen@avvocati.ud.it

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