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Gli orfani di guerra dimenticati dalla storia

I pupilli della patria. Nel nuovo libro di Gaetano Vinciguerra la vicenda (ancora mai raccontata) delle migliaia di bambini friulani che persero i genitori per colpa del primo conflitto mondiale

Gli orfani di guerra dimenticati dalla storia

La ricerca storica è spesso animata anche da un senso di giustizia: fare luce su pagine del nostro passato rimaste chiuse per opportunismo politico oppure perché considerate scomode. È il caso delle migliaia di bambini che la Prima guerra mondiale privò dei genitori. Un fenomeno sociale che colpì duramente il Friuli e su cui oggi Gaetano Vinciguerra ha voluto fare chiarezza, scavando nei documenti del tempo e riuscendo sia a descriverne compiutamente le dimensioni sia a far emergere casi concreti e significativi. Tutto questo è contenuto nel libro “I pupilli della patria”, presente dal 26 novembre in tutte le librerie italiane.

Come nasce l’idea di scrivere un libro su questa pagina della nostra storia?
“In questi ultimi anni le mie ricerche storiche hanno avuto come oggetto i protagonisti invisibili e dimenticati della Grande Guerra di cui si è celebrato il centenario. Mi riferisco a quelli che sono stati considerati gli ‘effetti collaterali’ della guerra: i prigionieri, gli internati civili, i mutilati, gli invalidi, i profughi, le vedove e gli orfani. Le sofferenze della popolazione civile che fu colpita dalla violenza, stremata dalla fame e falcidiata dalle malattie non entrano nelle pagine di storia. La guerra dei civili, quella vissuta dalle popolazioni, è una storia non scritta. In Friuli non inizia il 24 maggio del 1915, ma già prima col rientro di 80.000 emigranti che si confrontarono con la disoccupazione e la miseria. E la guerra non terminò il 4 novembre del 1918, ma perdurò per migliaia di famiglie friulane con malati, mutilati, vedove e orfani fino all’inizio del secondo conflitto. Nel momento in cui nell’Archivio di Stato di Udine ho rivenuto i fascicoli del Giudice delle Tutele degli orfani di guerra friulani, ho deciso che dovevo dare voce a questi protagonisti dimenticati. Le loro storie personali costituiscono il nostro passato”.

Quali sono le dimensioni del fenomeno degli orfani di guerra in Friuli?
“L’Italia giunse al conflitto senza una legge sugli orfani di guerra e fu necessario un lungo iter parlamentare per definirla, tra mille ostacoli, come nel libro è documentato. Si dovette definire chi andava considerato ‘caduto in dipendenza della guerra’ perché il nuovo modo di combattere aveva mietuto vittime non solo tra i soldati. Il primo censimento nazionale degli orfani, solo i minori di anni 21, avvenne nell’agosto del 1920. Intanto moltissimi erano diventati maggiorenni o morti in condizione di povertà e senza tutele. Si contarono 280.096 orfani. L’allora provincia di Udine (che comprendeva anche il Friuli occidentale, ndr) ebbe il triste primato di 13.334 orfani superando persino quella di Milano e Roma non per estensione territoriale, ma in rapporto al numero di abitanti (21,23 per 1.000). Erano in gran parte figli di contadini (6.883) e di operai (6.050). Praticamente oltre cinquemila famiglie friulane erano coinvolte con uno o più orfani. Quasi novecento erano privi anche della madre”.

Come furono cresciuti?
“La legge preferì lasciare la tutela degli orfani alle loro famiglie, anche perché sarebbe stato impossibile accogliere tutti in istituti come era avvenuto con gli orfani del terremoto di Messina. Lo Stato si riservò il diritto d’intervento assumendosi la diretta tutela nel caso della mancanza o inettitudine dei famigliari. Dal Giudice delle Tutele appositamente istituito passarono le situazioni più fragili, quelle che richiedevano l’assistenza diretta dello Stato. Questo riguardò 1.420 famiglie col coinvolgimento di 2.581 orfani che sono l’oggetto specifico della mia ricerca e i cui dati sono contenuti nel libro. L’intervento dello Stato fu ampio e articolato in base ai bisogni dei minori così i bambini malati furono inviati a specifici sanatori, i bambini ciechi o sordomuti nei centri specializzati di Assisi o Brescia, gli anormali psichici a Roma, i ‘discoli’ nei riformatori o nelle case di correzione. Gli orfani totali trascorsero la loro esistenza fino ai 18 anni nell’Istituto ‘Orfani di guerra’ di Rubignacco che ne accolse un migliaio dando loro un mestiere. La maggior parte, comunque, visse e crebbe in famiglia”.

Quale fu l’impatto sociale e culturale nei decenni seguenti?
“La questione degli orfani di guerra fu determinante per la nascita di una politica nazionale d’intervento sociale in Italia che superava la matrice privata e localistica precedente fondata sui concetti di carità e beneficenza. Fece sorgere una nuova visione dell’infanzia, quella dei bambini come figli della nazione, i pupilli della Patria, ricchezza che la nazione deve considerare preziosa e all’occorrenza onere di cui farsi carico, sia in termini materiali sia educativi. La legge per la prima volta creava organi di controllo sull’ambito familiare per garantire agli orfani condizioni di vita migliori, un’adeguata istruzione e un’efficace preparazione professionale.
In questo salto di qualità mancò la consapevolezza che la prima forma di tutela del bambino doveva riguardare la maternità: non fu prevista nessuna forma di assistenza per le madri. La ricerca documenta le storie di molte vedove e madri, ridotte in miseria e prive e di lavoro, costrette a chiedere il ricovero dei figli in istituti per l’impossibilità di mantenerli. In realtà spesso furono controllate e punite togliendo loro la patria potestà e persino la pensione quando nella ricerca di una nuova relazione maritale venivano accusate d’immoralità. Il capitolo delle madri costituisce la descrizione di un vero e proprio martirologio”.

Durante la ricerca ha incontrato qualche caso esemplare?
“Agli atti del Giudice delle Tutele ci sono le storie delle famiglie più fragili dove erano frequenti i casi di abbandono, di maltrattamento, di trascuratezza e di estrema miseria. I bambini erano tanti. Il censimento del 1911 ci dice e che la provincia di Udine contava 216.302 fanciulli che costituivano il 34,4% della popolazione. Era inevitabile che fin da piccoli fossero adibiti ai lavori più vari. Nel tragico periodo di guerra ma anche a causa dell’emigrazione la sola figura materna non aveva la forza o l’autorità per governarli. Nel libro sono state delineate le vicende esemplari di alcuni ragazzi. Un esempio di abbandono è quello di Napoleone di 12 anni, di Basiliano, che praticamente vive in strada vestito di cenci. I Carabinieri chiedono al giudice il ricovero in istituto dopo che la madre, risposata e con altri figli, aveva dichiarato che sarebbe stato sempre tardi quando glielo avessero tolto dai piedi! Diverso è il caso di un bambino conteso alla madre che lo vuole riprendere dopo anni di abbandono e della nonna che non vuol cedere. Ci sono poi le figure dei monelli, dei ‘pericolanti’ e dei discoli. I monelli imperversano nella città occupando con le loro guerre di sassi intere strade cittadine e assaltando i carri che vi transitavano. Ma se il monello iniziava a vagabondare, a rifiutare la scuola e a compiere piccoli furti, da ‘pericolante’ diventava un discolo da rieducare in collegio. Marco è di 11 anni rivendica davanti al giudice di essere anche scappato di casa per essere libero, indipendente e potere andare a zonzo coi compagni. Lo era Igino che aveva bastonato persino la maestra, la madre e alcuni vicini di casa, giungendo addirittura a lanciare dalla finestra un crocefisso. Particolare è la storia di Milka una trovatella di due anni e mezzo raccolta lungo la sponda sinistra del Tagliamento a Morsano. Sapeva dire solo il suo nome. Venne adottata da una coppia di Morsano che le diede anche il cognome. Sembrava che avesse trovato finalmente la sua stabilità. Pochi mesi dopo morì il nuovo padre e si ritrovò priva di famiglia finendo accolta a Rubignacco dove avvenne il miracolo, perchè a Drenchia ritrovò i legittimi genitori. Non vi sono solo tristezze, però. Afro Basaldella fu orfano di guerra, ma a 13 anni esponeva in via Vittorio Veneto i suoi primi quadri”.

1 Commenti
cordoniblu@gmail.com

Don Bernardino Coradazzi -
Nel periodo immediatamente successivo al primo conflitto mondiale, si fece promotore di una delle prime e maggiori iniziative assistenziali per l’infanzia in Carnia: l’orfanotrofio di Villa Santina, un’opera pia che si colloca nella missione pastorale dettata dallo stesso pontefice. Il brefotrofio era gestito da un piccolo gruppo di suore, incentivato dallo stesso pievano, che garantiva la cura di un nu-trito gruppo di orfani che sopraggiungevano dalla Carnia e dal Friuli. Le Figlie del Santissimo Sacramento, istituzione voluta dal pievano e regolamentata dai padri Carmelitani su indicazione del futuro cardinale (e amico di pre Saete) Adeodato Piazza, succedettero nel 1920 alle Missionarie del Sacro Cuore, rimanendo ancorate a questo servizio fino al 1966, quando furono aggregate alla congrega-zione delle Suore Rosarie di Udine, che ha proseguito con la cura dell’Istituto in-titolato a san Pio X.
Attorno a pre Saete
Don Bernardino Coradazzi e le comunità di Villa Santina e Invillino nella prima metà del Novecento - Libro storico parrocchiale, 1908-1944 a cura di Luca Marin e Claudio Lorenzini

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