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Influenza, camici bianchi e vaccini, ancora non basta

E' cresciuto del 38 per cento il numero degli operatori sanitari dell’ospedale di Pordenone che hanno fatto il trattamento contro i virus, ma la copertura resta molto bassa

Influenza, camici bianchi e vaccini, ancora non basta

Rispetto all’anno scorso, i camici bianchi dell’ospedale di Pordenone che hanno fatto il vaccino contro l’influenza sono cresciuti in maniera considerevole. A oggi, infatti, sono 360 le persone in servizio nel nosocomio cittadino che si sono sottoposte al trattamento, ben 100 in più rispetto alle 260 di un anno fa, per un aumento del 38 per cento. Ma due anni fa erano ancora meno, poco più di 150. Dati, questi, che l’infettivologo Massimo Crapis, responsabile dell’Unità operativa di malattie infettive dell’Azienda sanitaria 5, definisce buoni anche se non ancora soddisfacenti.

“Partivamo da dati bassi - dice l’infettivologo - e c’è stato un netto incremento. Tuttavia, in termini assoluti non possiamo ancora dirci soddisfatti della risposta all’appello ai dipendenti (in particolare a medici, infermieri e operatori socio sanitari) ad aderire alla campagna antinfluenzale. Il vaccino, infatti, serve soprattutto a proteggere i pazienti. Senza tali vaccinazioni, una persona ricoverata per altri motivi in ospedale vede aumentare la probabilità di essere infettata dal virus e rischia che le sue condizioni si aggravino anche in maniera considerevole”.

Se tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019 la copertura del personale (con l’esclusione degli amministrativi, poco a contatto con i pazienti) era compresa tra il 15 e il 18%, ora la percentuale ha superato il 20 per cento. Questo significa che ancora quattro operatori su cinque hanno evitato di farsi vaccinare.

“Per quanto riguarda la qualifica di chi si è sottoposto al trattamento - continua Crapis - per circa il 50% si tratta di medici, il resto sono infermieri e, in piccola percentuale, operatori socio sanitari. Quest’ultima è la categoria che facciamo più fatica a convincere dell’opportunità di vaccinarsi contro l’influenza”.

Veniamo al fronte pazienti. “Al momento - afferma Crapis - non abbiamo ancora i dati relativi alla copertura vaccinale delle persone a rischio (soprattutto bambini e anziani, ndr), ma stanno cominciando i riscontri diagnostici relativi all’influenza. I ricoveri sono aumentati, soprattutto in medicina e in pneumologia, ma non abbiamo casi in terapia intensiva. Il picco, comunque, non si è ancora verificato: dovrebbe esserci a fine gennaioe. I ceppi analizzati fino a ora sono prevalentemente di tipo A e tendenzialmente confermerebbero quelli del vaccino tetravalente somministrato nella nostra regione, che copre tre ceppi di tipo A e uno di tipo B. Per quanto riguarda i sintomi, si comincia con febbre alta e dolori muscolari e articolari, ai quali si aggiungono dopo uno o due giorni tosse e difficoltà respiratorie”.


Chi non ha ancora fatto il vaccino potrebbe essere arrivato  ormai tardi. “Il vaccino - conclude Crapis - comincia a essere poco utile. Dal momento che ci vogliono un paio di settimane prima che il trattamento diventi efficace, è più facile prendere l’influenza che diventarne immuni. La cosa migliore era farlo prima della fine di dicembre. Se qualcuno volesse essere sottoposto al vaccino oggi, l’opportunità si valuta caso per caso e viene effettuato se il soggetto è considerato a rischio”.

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