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Le case di riposo rischiano di pagare cara l’emergenza

Le misure anti-Covid, il blocco ai nuovi ingressi e le differenze nei rimborsi mettono in ginocchio le strutture

Le case di riposo rischiano di pagare cara l’emergenza

Pur non avendo avuto alcun contagio, molte case di riposo del Fvg rischiano di pagare caro il conto dell’emergenza Coronavirus. La denuncia arriva, in particolare, dalle strutture classificate come ‘case albergo’, pensate cioè per accogliere pazienti autosufficienti, ma in realtà pronte ad assistere anche chi ha bisogno di ‘attenzioni speciali’. Fin dai primi segnali della pandemia in arrivo, le strutture si sono dovute attenere al rigido disciplinare, con un aggravio di costi.
Oltre all’acquisto dei dispositivi di protezione e alle procedure di igienizzazione, la critica va anche al tema del ‘distanziamento sociale’ tra gli ospiti. Tutte le strutture sono state costrette a ripensare spazi e tempi per la fruizione dei servizi, a cominciare dalle sale da pranzo. Non potendo servire i pasti in camera, ogni ospite doveva avere un tavolino a disposizione, dal momento che la distanza imposta era di 180 centimetri, quindi ben più del metro richiesto, ad esempio, per i ristoranti. Un altro tema delicato è quello dell’impossibilità di accogliere nuovi ospiti. Un limite che, a fronte dell’aumento delle spese, non consente di ottimizzare gli spazi e i posti letto a disposizione.
Anche in questa fase, nella quale sono riprese le visite dei parenti, l’organizzazione richiede misure da molti considerate eccessive. Servono aree con ingresso e uscite separati, misurazione della temperatura all’ingresso, igienizzazione e mascherina, compilazione di moduli, per poi incontrarsi su un tavolo separato da un plexiglass, evitando possibilmente di entrare in contatto con qualsiasi oggetto presente. Il vero tema, poi, è quello dei rimborsi. Nelle ‘strutture alberghiere’, pur con l’autorizzazione a ospitare anche anziani non autosufficienti, al momento non sono previsti contributi per l’abbattimento delle rette, a differenza delle altre Rsa classificate in modo diverso. Dal 2001, denunciano alcuni dirigenti, è stato avviato un processo di ‘riclassificazione’, ancora oggi, a distanza di quasi vent’anni, non completato. Nella riclassificazione il contributo doveva essere riconosciuto in funzione dell’assistenza erogata, indipendentemente dal tipo di struttura che accoglie l’anziano. Nel 2011, la legge di assestamento regionale ha consentito alle Aziende sanitarie di erogare i contributi (circa 18 euro al giorno a ospite), ma questo non è avvenuto. C’è poi il tema del personale, al quale è richiesta la qualifica di Oss, ovvero di Operatore socio sanitario. Mancano operatori formati e i corsi organizzati, con contributi del Fondo sociale europeo e una quota della Regione, non sono sufficienti a coprire le necessità delle strutture. Insomma, se non ci saranno interventi di sostegno, sul fronte economico ma non solo, molte case di riposo si troveranno in seria difficoltà a continuare a operare.

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