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"Ancora un solo album e poi basta"

Luigi Maieron sta pensando al seguito di ‘Non voglio quasi niente’, tra la voglia di affrontare un tema nuovo e ascolti di classici friulani del passato

Nonostante le apparenze, pubblica molto meno di quanto scriva, da sempre. I suoi album ufficiali in fondo sono appena cinque in 20 anni di attività, quella che possiamo definire la ‘fase 2’ della sua carriera, dopo gli esordi tra musica popolare e rock. Accanto alla musica, però, Luigi ‘Gigi’ Maieron può vantare una bibliografia personale fatta di libri di poesie, riletture di classici, spettacoli di teatrocanzone e alcuni romanzi autobiografici.
L’ultimo, Te lo giuro sul cielo, omaggio a un mondo rurale fatto di personaggi straordinari - i musicanti della terra di Carnia che sono stati il suo vero background - ha avuto un tale successo che la casa editrice TEA ha deciso di pubblicarlo in versione pocket su tutto il territorio nazionale. Una bella soddisfazione per Gigi e per il ricordo dei suoi primi, veri maestri: la madre fisarmonicista Cecilia e il nonno contrabbassista Genesio.
Il messaggio dunque è quello: la vera musica viene dalle radici? “In questo periodo, complice anche la lunga pausa casalinga per la pandemia, ho riascoltato molto della produzione musicale friulana, soprattutto del passato. E’ stato prodotto tanto e alcuni album sono davvero belli: penso a In forma di peraulas del Povolar Ensemble, oppure a In onôr, in favôr del Canzoniere di Ajello. Però, per restare alla Carnia, mi piace ascoltare anche le cose che fa Dek ill Ceesa, giovane e talentuoso. Poi vado d’accordo con un cantautore come Piero Sidoti e mi sento spesso con Ermes di Lenardo, ossia Sdrindule”.
Due anni di distanza dall’ultimo album sono ‘pochi’ per gli standard di un autore che non ha mai inflazionato il mercato. Dovremo aspettare tanto per il seguito di ‘Non voglio quasi niente’? “Sento che le idee girano ancora e ho energia e voglia di scrivere. Sto lavorando, anche se con più calma. Vorrei incidere un nuovo album: forse sarà l’ultimo. Mi manca ancora un tema nella mia produzione: intanto sto prendendo appunti, poi vedremo”.
Vivere in una terra speciale ma orgogliosamente ‘isolata’ come la Carnia è stato più una leva per uscire e farsi conoscere o un peso che ha impedito il cosiddetto ‘successo’? In fondo, i collegamenti ‘giusti’, da Massimo Bubola a Davide Van de Sfroos, non sono mancati… “Mi sono occupato di musica, poesia e scrittura perché la sentivo un’esigenza, non per il ‘successo’. Certo, c’è sempre una parte di te che aspira a essere ascoltata, perché il disinteresse non fa bene al cuore del creativo, ma se credi in qualcosa, non ha grande importanza se non hai tutta l’attenzione che meriti o che credi di meritarti. Ritirarmi nello studio a fare quello in cui credo è un privilegio e mi basta. Oggi poi conta essere un ‘personaggio’, colpire la fantasia, distinguersi per caratteristiche indipendenti dalla tua arte. Io non lo sono, ma va bene così”.
In tanti anni di parole e musica, è mai arrivato il momento di scegliere cosa dover essere: cantautore, poeta o narratore? “Un poeta diceva che ‘la canzone è un bicchierino di grappa e la prosa una bottiglia di vino’. Con la canzone racconti con poche parole, con la prosa hai spazi maggiori. Quello che conta è scrivere con senso giusto che deriva dall’utilità: è bello se accendi un’emozione e si sprigionano un po’ di calore e vicinanza, diventa complesso quando è tecnicismo e, pur essendo tutto perfetto, manca il collegamento. Gli esercizi di bravura non fanno per me: dobbiamo coltivare dentro di noi l’orto e piantare i semi, poi curarlo e bagnare le piantine, siano esse canzoni, poesie o romanzi”.

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