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La pandemia fa ammalare di nostalgia

Il 2020, tra le altre disgrazie, rischia di essere l’anno zero per tutta la musica: stop alle novità e trionfo del revival per guardare sempre all’indietro, verso un passato di cui ricordiamo solo gli aspetti positivi

La pandemia fa ammalare di nostalgia

Tutto è cominciato con le ‘canzoni al balcone’ nel lockdown. Un momento di unione a distanza, caratterizzato però da quella che è diventata una cifra distintiva del 2020: la nostalgia. La quarantena, la pandemia e l’incertezza hanno reso i nostri ascolti – e le nostre visioni e forse pure le letture – inevitabilmente nostalgici. Una forma di difesa che al posto di un presente difficile e un futuro incerto fa preferire i fasti, reali o meno, di un passato di cui ricordiamo solo gli aspetti positivi.
Nulla di nuovo… in tutti i sensi. La ‘sindrome di Happy Days’, ossia il revival di un periodo non vissuto direttamente, di cui viene mantenuto solo un glamour posticcio, ha ormai quasi mezzo secolo. Cover band e tribute band sono diventate l’unica ‘novità’, anche in regione, sempre per quel discorso di emozioni di seconda o terza mano. La nostalgia insomma è l’unico motore di un’industria discografica alla canna del gas, che vive di ricordi, drenando gli ultimi risparmi di pochi appassionati, ristampando all’infinito sempre gli stessi titoli e facendo della ‘retromania’ l’unico tratto distintivo di un’epoca già difficile da decifrare prima del Covid.
Nel lontano 2001, la studiosa Svetlana Boyn aveva scritto nel saggio The future of Nostalgia che questo atteggiamento “riappare come meccanismo difensivo in un periodo di ritmi di vita accelerati e sconvolgimenti storici”. Il riferimento, all’epoca, era un evento shock come la caduta del Muro di Berlino, ma è chiaro come il meccanismo sia scattato di nuovo. Col risultato che nessuno, o quasi, cerca le ‘novità, anche perché il mondo della musica ci ha messo del suo, bloccando quasi tutte le uscite discografiche già previste. Le pagine dei social network sono diventate tipo i necrologi del quotidiano locale, raccogliendo più ‘saluti’ agli artisti scomparsi che a quelli che si affacciano sulla scena. E anche altri media in crisi come la Tv generalista preferiscono l’usato sicuro, il format tra il ‘già sperimentato’ e il bollito.
L’estate 2020 in regione è stata ricca nel numero di concerti, questo è vero, ma la stragrande maggioranza rientrava nel ‘già visto’, nel live a ‘basso rischio’ (economico). Una pletora di proposte spesso acustiche o con band ridotta e cachet più bassi, di nomi già visti e/o ripescati dal passato presente e remoto: Alex Britti, Marco Masini, Morgan, Simone Cristicchi, Massimo Ranieri, persino Peppino Di Capri! I nomi annunciati mesi prima della pandemia erano anche altri e il mancato arrivo degli stranieri, salvo qualche eccezione (Manu Chao, di nuovo a Tarvisio dopo 19 anni!), ha spostato la bilancia decisamente dal lato della ‘tradizione’ piuttosto che dell’innovazione.
Anche le radio, infine, ci hanno messo del loro. Tutti i network nazionali (un paio, ricordiamolo, nati proprio in Fvg) si sono uniti per celebrare i 45 anni delle cosiddette ‘radio libere’, allestendo un format – I love radio – tutto giocato sulla nostalgia. Gli ascoltatori potevano scegliere fino a tre brani dal 1975 al 2019 rappresentativi di ogni singolo anno: c’era anche Elisa con Luci (tramonti a Nord-est), ha vinto Vasco Rossi con Albachiara. Alcuni degli artisti selezionati si sono messi a loro volta in gioco facendo rivivere un pezzo di passato a modo loro. E qui la nostra Elisa, generosa protagonista sui palchi di un tour organizzato per sostenere la sua band e l’intera crew, ha reinterpretato Mare mare di Luca Carboni.
Non una vera cover, ma nelle intenzioni dell’autore un omaggio (!) a Children, il capolavoro dance Anni ‘90 del friulano Robert Miles, ossia lo scomparso Roberto Concina, è invece Bimbi per strada di Fedez, un brano che ci ha fatto venire nostalgia… anche solo di un anno fa, quando non era stato concepito!

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