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La rivoluzione dei vecchi

Terza ricostruzione - Debutta un comitato di ex della politica, del sindacato, dell’insegnamento e di altri settori per suscitare un dibattito sul futuro della Regione. Ecco chi glielo ha fatto fare

La rivoluzione dei vecchi

Nel dibattito politico regionale debutta il comitato promotore per la “terza ricostruzione” del Friuli-Venezia Giulia, intesa dopo quella post-bellica e quella post-terremoto del 1976. Componenti del comitato sono Mario Banelli, Ferdinando Ceschia, Guglielmo Cevolin, Gianfranco Ellero, Sandro Fabbro, Antonino Morassi, Roberto Muradore, Pietro Mussato, Ubaldo Muzzatti, Diego Navarria, Maurizio Piemonte, Giorgio Santuz, Bruno Tellia e Roberto Visentin. Le premesse da cui nasce riguardano la crisi economica, quella climatica e ora quella pandemica che rendono le condizioni strutturali della regione nel suo complesso per nulla positive. “Pertanto – spiegano i promotori - o si ricostruiscono, con tutte le risorse che possono essere destinate a tale scopo, le condizioni sociali, economiche e ambientali per un forte rilancio della Regione Friuli-Venezia Giulia o si è destinati a scomparire, in silenzio, nel giro di poco tempo”. A chiarire meglio l’iniziativa è Roberto Visentin.

Come nasce questa iniziativa?
“Da diverso tempo esiste questo gruppo di persone sensibili alle sorti del nostro territorio e che in passato si era occupato di rilancio dell’università del Friuli. Io mi sono aggiunto in tempi più recenti”.

Colpisce prima di tutto la qualifica di ‘ex’ della maggior parte di voi, è la riscossa della gerontocrazia?
“È vero, siamo ultrasessantenni con un passato nella politica, nel sindacato, nell’insegnamento e altro. Il nostro è un problema di ‘insonnia’: non dormiamo perché ci sentiamo responsabili dei nostri figli e nipoti, mentre i trentenni di oggi mi sembrano addormentati e incuranti del loro futuro”.

E quindi cosa volete fare?
“Il nostro obiettivo è accendere una discussione democratica e poi fare un passo indietro”.

Non dovrebbe essere compito dei partiti?
“I partiti oggi non fanno più formazione ai giovani, col risultato che a gestire la cosa pubblica alla fine sono le persone più impreparate, perché quelle capaci fanno carriera nel privato”.

Parlate di ricostruzione… ma allora cosa c’entra Trieste?
“Se impostiamo il discorso su Friuli contro resto del mondo, allora siamo fuori dalla storia. Trieste ha un destino ben preciso offertogli dalla geografia. Il problema è il resto della regione che non sa cosa vuole essere e che rischia di ridursi solamente a ultima provincia del Veneto”.

Ignora il dualismo interno alla nostra Regione?
“Finora ho assistito a Trieste contro Udine, Udine contro Pordenone… le differenze non devono essere fonte di scontro, ma servire per giustificare l’autonomia e garantire la sopravvivenza alla Regione”.

Che reazioni avete raccolto alla vostra iniziativa?
“L’unica critica ricevuta è che siamo ‘vecchi’. È vero, ma non siamo certamente rimbambiti. O individuiamo un progetto futuro per questa Regione, oppure sarà lo Stato centrale a decidere per noi”.

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