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Taroko, la strada e oltre

Tra rocce, acqua e vegetazione sbuca il santuario di Changuang, in ricordo di chi perse la vita per costruire l’asse viario: morirono 226 operai

Taroko, la strada e oltre

Il primo capitolo del capolavoro della valle di Taroko, inizia su una pianura alluvionale, l’oceano Pacifico alle spalle, lo sguardo rivolto verso occidente. La strada numero 8 punta verso un teatro di monti con appese nubi che non incutono timore, un cementificio di dimensioni spaventose congeda la civiltà. Il parco nazionale di Taroko inizia lì dove è situato un arco dalla tipica architettura cinese preso d’assalto dai turisti che scendono dagli autobus per una foto ricordo. Non è che un puntino insignificante in questo ambiente naturale maestoso, ma ha il ruolo di posto di frontiera verso un mondo di bellezza catartica.

La lingua d’asfalto sguscia nella valle intrecciandosi con il fiume Lawu, vero artefice dell’intero spettacolo. Lo sguardo, inebriato dal miscuglio di roccia, acqua e vegetazione, d’un tratto mette a fuoco la torre campanaria del tempio Changuang. Appollaiata su un’altura che domina il corso del fiume, con le sue tinte rossastre e bianche, sembra un miraggio, una presenza effimera che consola.
L’ennesimo tunnel di roccia ti sputa fuori su un ponte oltre il quale si può ammirare il santuario che commemora i veterani che hanno perso la vita durante la costruzione della strada numero 8 che attraversa l’isola di Taiwan lungo l’asse Est-Ovest. L’acqua che sgorga dalla sorgente sopra la quale è stato costruito l’edificio, pare dividersi in molteplici tentacoli che stritolano la vegetazione sottostante prima di raggiungere il letto del fiume Liwu ed iniziare la corsa verso l’Oceano.

Un vecchietto dalla carnagione pallida e dalle sopracciglia foltissime, si stacca dal gruppetto di conoscenti e racconta in un inglese farcito di termini desueti, la storia del padre che lavorò alla costruzione di questa strada. “Opera di ingegneria altissima considerati gli anni in cui fu costruita”, dice con un tono da professore. L’idea del progetto fu di Chiang Ching-kuo figlio del controverso presidente Chiang Kai-shek. I lavori ebbero inizio il 7 Luglio del 1956 e l’inaugurazione ebbe luogo il 9 Maggio 1960. Seimila persone al giorno munite di esplosivo, strumenti non proprio all’avanguardia e tantissima forza fisica, si fecero largo tra i monti per completare l’opera. Chiang Ching-kuo aveva ben chiari gli scopi finali di tale progetto: difesa nazionale, riduzione dei tempi di viaggio per attraversare Taiwan da Est a Ovest e sfruttamento delle risorse naturali presenti nella parte orientale dell’isola. Duecentoventisei morti più tardi i due lati dell’isola di Taiwan avevano un filo che li univa. Il vecchietto ogni anno faceva visita per onorare la memoria di quei caduti, memore dei racconti del padre che qui aveva perso più di un amico. “Mi rircordo un sacco di storie di amicizia, fatica, sudore e lacrime, ogni anno vengo a rendere omaggio a questo progetto che per me rappresenta molto di più di una strada spettacolare.”

Immersi in un paesaggio che sembra farsi sempre più ammaliante passo dopo passo, si raggiunge l’apoteosi in prossimità del sentiero Yanzikou. Lasciata la strada principale con i suoi tunnel moderni, si entra in una specie di esposizione estetica-naturale creata dal fiume Liwu in milioni di anni. Il percorso è un tutt’uno con la roccia, e la visuale sul corso del fiume sottostante è una gioia per gli occhi con l’acqua cristallina che accarezza le stratificazioni geologiche che paiono opere d’arte astratta. Il fiume ha modellato il terreno in maniera spettacolare, levigando il marmo grigio-nero e colpendo più duro sullo gneiss creando variazioni strabilianti, valli strette e pendenti in persenza del marmo e zone più ampie e pianeggianti in presenza del più soffice gneiss.
Le rondini del Pacifico “Hirundo tahitica” ignare dei processi geologici, si godono ciò che le correnti calde che salgono dal mare trasportano: una miriade di insetti che rappresentano un ottimo pasto. La strada continua seguendo la folle orografia di quest’angolo di mondo. Un filo d’asfalto contorto che ritroverà quiete solo oltre i massicci montuosi.

*Paolo Zambon è l'autore di due libri editi da Alpine Studio "Inseguendo le ombre dei colibrì' e "Viaggio in Oman"

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