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Telecamera per l’indipendenza

Una camminata surreale tra le tombe di un cimitero di Timor Est per scoprire una rivoluzione rimasta nascosta

Telecamera per l’indipendenza

Una semi catalessi indotta dall’alito infuocato di un vento bollente, avvolgeva il cimitero di Santa Cruz. Molto più di un camposanto dove riposano i morti che hanno calpestato le vie di Dili, la capitale di uno degli Stati più giovani al mondo: Timor Est.
Francisco mi aspettava all’ingresso del cimitero. Una camicia a righe verticali bianche e azzurre aperta a metà, un paio di jeans ampi all’interno dei quali, le sue gambe smilze, parevano batacchi di una campana.
Modi gentili e occhi tristi di chi la vita ha preso a schiaffi e una fronte alta solcata da linee che si muovevano come una fisarmonica in base alle emozioni che il suo volto espressivo era impegnato a rivelare. Mi strinse la mano, una manina scura, callosa e raggrinzita, leggera come una foglia.
Varcammo l’ingresso e Francisco, per rispetto, chiuse i bottoni della camicia. “Faccio fatica a tornare qui, ma devo raccontare a chiunque sia interessato, cosa accadde quel 12 novembre del 1991”.
La viuzza principale termina lì dove una chiesetta si erge come una sentinella su una distesa densa di tombe che paiono tessere di un mosaico dai colori tendenti al bianco con guizzi azzurri, rosa, giallognoli.

Francisco parlava sottovoce degli anni della dominazione indonesiana dal 1976 fino al 1999. “Hanno ammazzato mio fratello nel 1984, avevo diciassette anni, un dolore inspiegabile. Combatteva per la liberazione, per un Timor-Leste indipendente dall’Indonesia”. Anche lui a quell’epoca nutriva grandi speranze per l’indipendenza del suo Paese. L’uccisione di suo fratello era d’un tratto divenuta una forza supplementare, un ulteriore stimolo alla lotta, benzina da gettare sul fuoco della rivoluzione.
Per sua stessa ammissione era riuscito a domare la sofferenza data dalla perdita del fratello, inasprendo la lotta per l’indipendenza della sua nazione.
Una camminata surreale tra le tombe con il sottofondo vero e violento delle parole di Francisco.
“Al lago Tasitolu, alle porte di Dili, gli indipendentisti arrestati dalle autorità indonesiane, venivano buttati vivi dagli elicotteri, lo specchio d’acqua divenne presto una pozza rossa”.
La collezione di orrori narrata era impressionante, rastrellamenti nei villaggi di montagna, gente arsa viva, stupri. L’apice venne raggiunto con i racconti delle atrocità commesse su bimbi e donne incinte lasciate alla fine del discorso per riscuotere nell’ascoltatore il voto alla causa indipendentista.
Ma in questo cimitero quel guanto d’acciaio che per anni aveva stretto le vite degli est-timoresi cominciò a frantumarsi.
Quella mattina del 12 novembre del 1991, nella chiesa di Motael a Dili si tennero i funerali di Sebastião Gomes, attivista ucciso qualche giorno prima.

Il corteo funebre si mosse dalla chiesa verso il cimitero di Santa Cruz. Francisco quegli attimi se li ricordava bene. “C’era qualche cosa nell’aria di diverso dal solito, gli slogan ‘Viva Timor’ e ‘Viva Xanana’ (militante vessato dalle autorità indonesiane che diventerà primo ministro di Timor-Leste), gli striscioni dispiegati e preparati per la delegazione portoghese che avrebbe dovuto far visita e che invece non arrivò mai perché bloccata dagli indonesiani”. Gli spuntò un sorriso compiaciuto quando narrò di quegli istanti.
Era all’interno del cimitero, la marcia era terminata, quando dal nulla spuntarono i soldati indonesiani. “Nessuna provocazione, nessun lancio di pietre”. Nessuno sparo di avvertimento, nessun ordine sbraitato, nessuna minaccia. Con la calma del potere e della presunta impunità arrivarono e aprirono il fuoco.
“Polvere, caos, una calca al cancello di ingresso, spari, magliette che si fanno rosse, corse isteriche, ancora oggi il rumore della corsa sui sassi mi riporta a quel giorno”.
Più di duecentocinquanta persone da quell’inferno di piombo non fecero ritorno. “Ma c’era una telecamera di una troupe straniera, che filmò tutto, e io me la ricordo bene”. Vittime che divennero attori in un video che costrinse il mondo ad aprire gli occhi.


Paolo Zambon è l’autore di due libri “Inseguendo le ombre dei colibrì” e “Viaggio in Oman”

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