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E' iniziata l’epoca delle 'grandi dimissioni' anche in Fvg?

Il fenomeno emerge dall’Osservatorio regionale sul mercato del lavoro: licenziamenti in calo e aumento delle dimissioni volontarie

E\u0027 iniziata l’epoca delle \u0027grandi dimissioni\u0027 anche in Fvg?

L’emergenza pandemica sta avendo un impatto profondo sul mercato del lavoro, con l’emergere di situazioni che, ad un primo sguardo, potrebbero sembrare paradossali. Siamo in un momento di ampia crescita del PIL (oltre il 6%), con un forte aumento della domanda di lavoro e dell’occupazione: il saldo tra assunzioni e cessazioni al 30 ottobre 2021 è pari a oltre 20.000 unità, più elevato rispetto al 2019. Questa crescita sta avvenendo non senza tensioni sul lato macro-economico (aumento dei prezzi), sulle condizioni di lavoro e sulla difficoltà di reperimento di personale dichiarata dalle imprese.

Un ulteriore indizio deriva dall’analisi dei motivi delle cessazioni dei rapporti di lavoro in Friuli Venezia Giulia, realizzata dall’Osservatorio regionale del mercato del lavoro, dove si traggono dati per certi versi sorprendenti. Le cessazioni di rapporti di lavoro nel periodo gennaio-settembre 2021 sono circa 127mila, di cui quasi 80mila sono dovute alla scadenza di contratti temporanei (63%). Nel complesso la riduzione delle cessazioni è pari al 3,4% rispetto al 2019.

La protezione dovuta al blocco dei licenziamenti ha avuto un effetto positivo nell’arginare le conseguenze più critiche dovute alle necessarie misure di contenimento del contagio, ma con lo sblocco non si è osservato un incremento massiccio: la perdita involontaria del posto di lavoro diminuisce del 30% rispetto al 2019. Considerando i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo nel settore manifatturiero a partire dal 30 giugno di quest’anno, data in cui è venuto meno il divieto, la contrazione è ancora più evidente, come riporta Carlos Corvino, Responsabile dell’Osservatorio: “La curva di questi licenziamenti mostra un lieve aumento dopo questa data, con un andamento del tutto simile a quanto avvenuto nel 2019 e nel 2018, ma con un volume complessivo minore. Dal 30 giugno al 30 settembre 2021 si contano 289 licenziamenti per motivi economici nel settore manifatturiero, erano 566 nel 2019 (-48,9%)”.

A fronte della diminuzione delle cessazioni e dei licenziamenti, emerge il sensibile incremento della perdita volontaria del posto di lavoro. In particolare, le dimissioni sono oltre 30.000 comprendendo quelle volontarie in senso stretto e quelle durante il periodo di prova, in aumento di oltre 11 punti percentuali rispetto al 2019 e del 42,4% rispetto al 2020. Da segnalare il forte balzo in avanti, da un punto di vista percentuale, delle dimissioni della lavoratrice madre in periodo protetto, che raddoppiano (+103%) passando da 209 del 2019 alle 425 unità registrate nei primi nove mesi del 2021.

L’incidenza complessiva delle dimissioni sul totale delle cessazioni passa dal 22% del 2019 al 26% del 2021. Si tratta di un fenomeno registrato ovunque, dagli Stati Uniti all’Unione Europea, all’Italia e al vicino Veneto. Il report dell’Osservatorio riporta una caratterizzazione delle dimissioni. La maggior parte provengono dal contratto a tempo indeterminato (72,2%), con una crescita pari al 17,3% rispetto al 2019; quota rilevante per la somministrazione di lavoro (12,1% sul totale delle dimissioni volontarie), con una crescita del 29,3%. Il fenomeno riguarda relativamente di più la componente maschile (30%) rispetto a quella femminile (22%), in particolare i maschi over 55 (+30,9% rispetto al 2019). Le costruzioni (42,4%) e la manifattura (37,9%) sono i settori dove il fenomeno incide di più e più è cresciuto rispetto al 2019, rispettivamente +30% e +19,1%, mentre, considerando il gruppo professionale, forti gli incrementi tra le professioni non qualificate (+24,2%), i conduttori di impianti fissi e conducenti (+24,4%), le professioni ad elevata specializzazione (+19,5%) e gli operai specializzati (+18,8%).

“L’incremento delle dimissioni è in parte collegato con il blocco dei licenziamenti, soprattutto quelle che sono avvenute prima della fine del divieto, con un accordo tra datore di lavoro e lavoratore, in una fase in cui il ricollocamento, soprattutto nei settori delle costruzioni e della manifattura, è relativamente facile, vista l’elevata domanda di lavoro.” prosegue Corvino. “E’ tuttavia ipotizzabile che una parte non piccola di queste dimissioni sia avvenuta e avverrà anche perché le persone stanno cercando di migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro e questo, come alcuni commentatori hanno notato, è uno delle conseguenze dell’aver vissuto l’esperienza della pandemia, maturando un mutamento della propria scala di valori e di preferenze”.

Da questo punto di vista è da notare l’incremento di dimissioni soprattutto dalle professioni non qualificate. È in atto un processo di profondo mutamento nei comportamenti dell’offerta di lavoro? Difficile dirlo con certezza, occorrerebbe interpellare direttamente coloro che si sono dimessi in questo periodo. Il report dell’Osservatorio si limita a confermare che è in corso un aumento della mobilità tra i settori e dentro i settori, constatando che la maggior parte delle dimissioni è proprio in quelle attività economiche, come le costruzioni, la manifattura o la logistica, dove le assunzioni sono in forte espansione, soprattutto per la forza lavoro maschile.

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